Non avrebbe poi torto; io devo essere un asino; l'altro è un colosso, e io non me ne avvedo perchè sono un cretino.

E proseguo a fare io stesso l'opera del cronista; mordo la mia vanità d'avvocato per calmare l'ambascia paterna; così nei dolori cocenti troviamo un sollievo pizzicandoci a sangue le carni.

E se domani quel critico mi venisse innanzi per godersi il mio imbarazzo, ed io dovessi aprirmi il petto con le mie unghie, per dirgli: «Guarda, il mio bimbo è morto».

Io grido nel sonno, e mi pare di svegliarmi a quel grido, e che il mio bimbo mi chiami al suo capezzale per dirmi:

«Babbo, non piangere; non lo dire alla mamma, io muoio».

Allora mi sveglio davvero, e mentre riconosco d'essere nel mio letto e d'aver sognato, spalanco gli occhi nel buio e tremo. Se il mio sogno fosse un avviso, e il mio Augusto dovesse proprio morire! Se agonizzasse ora! Se fosse morto!

Ascolto; per un po' non si ode nessun rumore, poi il canterano scricchiola e l'armadio gli risponde. Ah! È un segnale!...

— Evangelina! — chiamo affacciandomi all'uscio della cameretta.

E mi si offre allo sguardo l'aspetto invariato della mia sventura; il nostro bambino che soffre, la povera madre, che volge verso di me la faccia patita ma serena.

VIII.