Non sono ancora uscito di casa dacchè pende sopra mio figlio la minaccia della morte.
Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa, spingo l'occhio, a traverso il cortile, fino al portone d'ingresso, e di là sopra un pezzo della via solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di cui non vedo altro che l'estremità, come un compasso dimezzato. Ed il mio pensiero si stacca istintivamente dalla sua ambascia per fantasticare su quelle monche visioni.
«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano calzoni di tela azzurra, dunque erano sicuramente di un operaio; e queste invece sono di un accattone; si muovono così lente, che ho il tempo di esaminarle, pare che fatichino a trattenere i cenci di cui sono coperte, ed hanno ai piedi certe ciabatte senza tempo e senza nome».
La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando, che quasi dimentica la mia sventura.
Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio bimbo soffre mi stringe il cuore come uno sconforto nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso il chinino poc'anzi, mi posso trastullare ancora.
Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro per lasciarmi riaffacciare alla vita.
Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui l'impreveduto soltanto mi pare formare la grande attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre.
«Scommetti, dico a me stesso, che prima a passare sarà una donna?» — «No, sarà un uomo». — Si ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma che uomo? Presto, si avvicina... Non vi può essere dubbio, un damerino; ha stivali canterini.
Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono portati da due gambe sbilenche che i calzoni non hanno potuto seguire in quella via tortuosa fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del piede.
Dunque non l'impreveduto soltanto forma la grande attrattiva del mio giuoco; vi è anche la sorpresa.