E vi è altro.

Uno strano rumore giunge fino a me; non è un passo, non è la ruota d'una carriola a mano, non è una gruccia, non è nemmeno il picchio sordo d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un rumore strascicato come d'un fardello di cenci che venga spinto sul marciapiedi... Eccolo!

O severa natura, quale spettacolo!

Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto il mio prossimo che fino all'altezza del ginocchio, mi appare tutta quanta una figura umana, che giace quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo appoggiata sopra una base di legno, e cammina con le mani, trascinando le gambe paralitiche e contorte.

Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava una mano dalla grossa ciabatta in cui la nasconde, e rimanendo appoggiato a terra coll'altra, si asciuga il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia.

Dove va? Dove andiamo?

Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di mio figlio:

— Augusto, bisogna prendere la medicina.

IX.

Un giorno Evangelina vuole che io esca, che vada a respirare una boccata d'aria buona, ed io ascolto la strana proposta crollando il capo. E mia moglie insiste.