— Non vi è nessun pericolo — dice. — Augusto non istà peggio del solito; va a spasso, ti farà bene.
È vero, Augusto non sta peggio del solito; e io non sto meglio affatto. Una boccata di aria buona mi farà bene: se dovrò vegliare, chi sa quante notti ancora, non mi devo ammalare. Dò retta ad Evangelina, esco.
Giunto sul cortile, mi volto, e sono tentato di risalire le scale; non ho cuore di abbandonare la mia creatura.
Ma Evangelina ha preso le sue precauzioni, è dietro i vetri, mi sorride per incoraggiarmi. Veggo un vicino di casa, che mi guarda curiosamente; mi incammino.
Andrò ai giardini pubblici, dove l'aria di Milano è più buona, farò un giro sui bastioni, uno solo, poi tornerò a casa.
Per via, la gente che mi conosce mi guarda e mi saluta in una maniera insolita, in cui mi pare di scorgere una specie d'ammirazione, e non me ne stupisco; bensì, mi fa meraviglia la strana compiacenza da cui sono dilettato nel mio dolore, e il senso di vanità che provo al pensiero che molti diranno: — Quanto deve soffrire l'avvocato Placidi! — Vi penso e cerco di spiegarmi perchè, mentre io stesso ho di me un più alto concetto, mentre non trovo chi mi superi tra quanti soffrono, e non veggo chi mi eguagli tra la gente felice, pure sono fatto tanto umile, da non sapere nemmanco più che cosa sia la superbia.
«Sarà, dico, perchè il dolore matura per poco in noi certe qualità che si perdono nella contentezza; e forse sarà perchè l'uomo quando soffre è sempre un po' bambino; egli ha conservato un balocco, almeno uno, e lo vuol nascondere.
«Perchè nasconderlo?
«Se mio figlio guarisce, io giocherò con lui alla palla, alla trottola, a rimpiattino. Se mio figlio guarisce!»
Intanto, senz'avvedermene, ho preso la via più lunga per andare ai giardini.