Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare dentro di sè quello strano linguaggio, a un certo punto credette di aver capito, e mi venne a dire trionfando:
— Babbo, io lo so quello che dice Augusto.
— Davvero, e che cosa dice?
— Dice che il duomo è più grande di una casa.
— E non ha forse torto...
Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva che fosse necessario ripeterlo tante volte. Era andata anche lei in duomo, e aveva ben visto che era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna con le mani giunte, in mezzo a tanti angeli rotti.
Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere che gli angeli rotti di mia figlia erano testine alate.
Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente la sua declinazione: singolare nominativo, domus la casa...
La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva tenera, poi beffarda, per diventar dispettosa al primo intoppo, e tornar da capo con ferocia.
Presa per quel verso, anche la seconda declinazione s'impuntava a non volergli entrare in capo.