Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava un po'; non sapeva nemmeno lui.
— Mordilo — consigliava a casaccio.
Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste scenette finivano così, e finivano bene; ma a volte si tiravano dietro uno strascico di musoneria crudele.
Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito dopo il desinare, con una freddezza calcolata si accingeva, contro l'igiene, a fare il còmpito, il còmpito vero e proprio, o studiava la lezione ad alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto io, senza far le meraviglie del caso nuovo, mi andava a mettere alla finestra. Angela, col musetto melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei; pensavo con una contentezza che ora mi sembra singolare: «gli vuol proprio bene!»
Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei anche voluto andare a prendere mio figlio per un orecchio e trascinarlo ai piedi della sua innamorata; ma il mio dovere di padre era di non accorgermi di nulla.
Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo sbadato; e quando io, dopo un breve silenzio, chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio prima gridava più forte il suo latino della lezione, alzandone improvvisamente il tono a simiglianza degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al mormorìo, poi deponeva il libro sulla scrivania e si veniva a mettere accanto a me per farsi vedere da Angela.
Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene essa non dicesse parola e chinasse a terra la faccia arrossata dal piacere, un repentino rivolgimento accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora vengo» annunziava: «la so tutta!» soggiungeva rivolgendosi a me con poca speranza di corbellarmi. — «Bravo!» conchiudeva io con molto sussiego.
Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto d'Angela, e interroga sospettoso la finestra del babbo, il quale guarda una nuvola, come gl'insegna il suo dovere di padre.
IX.
Vedersi all'alba dalle finestre, affidare all'etere compiacente il principio di un bacio che sarà compiuto con sicurezza più tardi, incontrarsi poi su per le scale, in cortile, per via andando a scuola, e potersi abbandonare verso il tramonto, col pretesto di rimpiattello o di mosca cieca, ai teneri cicalecci dell'amore; ditelo voi che dalla strada, perduti in mezzo alla folla, mandate i sospiri a una finestra del quarto piano, chiusa da un padre severo, ditelo voi: non è soverchia felicità?