E pure mio figlio non ne aveva abbastanza; gli rimaneva un desiderio insoddisfatto, un desiderio prepotente: impadronirsi di Angela, non lasciarla più... sposarla, sissignori! Povero Augusto! Io indovinava la strana condizione del suo spirito innamorato; il tempo severo, il tempo inesorabile non trattava la futura coppia allo stesso modo; era con lui lento, pigro, sgarbato; con lei era vario, industrioso, galante.

Già, sebbene minore di due anni, Angela era quattro dita più alta di Augusto; e crescendo ogni giorno a vista d'occhio, rimaneva bella.

Un giorno scese in cortile coi capelli annodati in una foggia più semplice, e un altro giorno la mamma le allungò le vesti, e un altro giorno, tornando da scuola, non portò più i libri in mano, ma li consegnò alla fantesca. Era semplice e innamorata ancora; ma non era più la bimba d'una volta.

Augusto assisteva a questa trasformazione col cuore sgomento; maltrattato dall'età, egli aveva il naso fiorito e la fronte piena di bernoccoli; dimagrava senza crescere in proporzione e la sua faccetta espressiva era oscurata da pensieri amari.

Fu un periodo di torture.

Dopo tutti i guasti che l'amore, l'età e il latino avevano fatto nel corpo di mio figlio, la sorte gli riserbava un'altra afflizione ben più amara: la partenza d'Angela!

Angela partiva, cioè a dire abbandonava a Pasqua il cortile e la casa. Addio facili colloqui, addio sicuri baci, addio giuochi innocenti, addio per sempre, addio, addio, addio!

Così scrivevano gl'innamorati, esagerando il tono pel gusto d'essere molto infelici.

— Giurami che sarai mia o di niun altro — scriveva mio figlio, e Angela giurava, per non sbagliare, su ciò che aveva di più sacro al mondo.

Venne il giorno crudele della separazione; Angela portò l'amor suo in una via lontana, in un quartierino con le finestre verso corte. Il disastro era compiuto.