E mentre mi facevo questi rimproveri ed esalavo i miei lamenti, mi meravigliavo di non sentire il minimo strazio di rimorso, nè alcuna desolazione di sconforto; al contrario, ero contento, ero soddisfatto di me medesimo; padre generoso e felice, assolvevo tutte le mie colpe di giovinotto.
E se vi fu giorno che avessi un altissimo concetto del mio valore, non è quello temuto, in cui vinsi la prova dell'esame di diritto canonico all'Università di Pavia, nè l'altro memorando in cui mi furono infilati l'enorme anello dottorale e la toga sterminata, nè l'altro in cui, dinanzi al sindaco, mi pigliai la mia Evangelina per sempre; l'altissimo concetto del mio valore l'ebbi quel giorno solo in cui sentii d'essere padre.
Mi pareva che, solo guardandomi alla sfuggita, si dovesse vedere la mia grandezza. E quando in quei viali solitari, ritrovo di amanti e di sfaccendati, dove sembra che non si debba fare altro che passi lenti, qualcuno si voltava a guardare questo genitore superbo, che camminava frettoloso e con la testa alta, allora io mi sentiva lusingato come di una lode concessa al mio segreto trionfo.
All'ombra delle acacie, sopra una panca di granito, vedevo un vecchierello canuto, che guardava la sabbia lucente del viale con occhi spenti, e mi ricordavo d'averlo visto tante volte nella medesima panca, nella stessa positura, con quello sguardo tale e quale, e pensavo: — Se costui, quando correva dietro ai pazzi tripudii, si fosse arrestato un istante nella sua via a considerare i granelli luminosi che gli parevano gemme preziose ed erano sabbia, certo avrebbe piegato a diritta od a mancina, si sarebbe messo per i sentieri erbosi e tranquilli che menano al matrimonio e alla paternità. Ed avrebbe ora una casa, e avrebbe un figlio forte e generoso, una giovine quercia, che lo proteggerebbe nei giorni di vento, lui, povera canna fragile e cadente.
Il vecchio alzava il capo vedendomi passare; pensava, certo, che i suoi figli avrebbero avuto la mia età, e che ora sarebbero alla vigilia di farlo nonno... Poveretto! non gli dite che per lui il mondo è stato un gran tavoliere; che ha voluto le commozioni del giocatore, che si è giocato la vita e l'ha perduta; non glielo dite... Io, crudele nella mia felicità, ero tentato di tornare indietro per dirglielo. E se resistevo alla tentazione, non era perchè quel vecchio poteva ridermi in faccia e dirmi: «Io ho moglie e figliuoli; ho fatto colazione poco fa e mi piace venirmene a digerire in questo bel viale»; ma perchè poteva rompere in un singhiozzo, che avrebbe amareggiato tutta la mia gioia, ed esclamare: «I miei figliuoli sono morti; il povero padre è rimasto solo a piangerli; quando guardo la sabbia del viale, penso ad essi che dormono là sotto...».
E poi mi piaceva porgere orecchio a tutte le voci del mio cuore contento.
Ecco un abete bruno e melanconico; sono tanti anni che lo vedo, sempre immobile ed immutabile, con quella faccia scura d'ogni stagione e di ogni giorno. Ma oggi è lieto e stende le sue cento braccia nere per mostrarmi il verde pallido delle sue ultime foglie, i piccoli germi dei suoi frutti, dei suoi figli.
Ecco un ippocastano gigantesco, che ad ogni folata del venticello blando accarezza con le larghe foglie la sua prole ispida e pungente; ed ecco un olmo, le cui foglioline sono agitate da un tremito continuo, come nell'aspettazione e nella trepidanza: gli è nato un piccolo rampollo ai piedi, sa che fra poco il giardiniere passerà col falcetto, e trema pel suo neonato.
Preceduto dalle immagini del mio pensiero, che si muovono nell'azzurro del cielo, io cammino spedito e passo oltre. Ma qualcuno tirandomi per le falde dell'abito mi trattiene: è l'acacia spinosa della siepe; e mentre io m'arresto a districarmi e sorrido di quello scherzo innocente d'una bella annoiata, essa col fruscìo delle frondi mi dice qualche cosa che non capisco. Poi spingo l'occhio nel fitto dei suoi rami e vedo il nido incominciato d'un fringuello. Ed ecco il futuro padre della prole alata; esso si posa sulla sabbia del viale con una pagliuzza in bocca, ad aspettare che io me ne vada pei fatti miei; l'acacia mi abbandona; io le raccomando col pensiero di celare il suo tesoro agli occhi delle civette e dei monelli; e tiro innanzi.
Più oltre trovo il laghetto, le anitrelle che si inseguono e i pesciolini d'oro, e in ultimo mi abbandono sopra un sedile di sasso a contemplare una processione di formiche, che si avviano cariche di fardelli enormi al formicaio lontano.