II.

Non era un matto! O almeno egli non si credeva tale.

Ci aspettò un giorno, due, tre, nei viali dei giardini pubblici e in galleria; all'ultimo non ne potendo più, fece un rapido esame di coscienza, un paio di proponimenti spicciativi, ma saldi, diede un addio frettoloso alla sua bella vita di scapolo, e si presentò alla porta di casa mia per chiedermi la mano di Laurina.

Io stava meditando un ricorso in cassazione; avevo trovato undici cause di nullità nella sentenza d'appello, che dava torto al mio cliente; ed ero attento a trovarne ancora una, per fare la dozzina, quando una musica in anticamera ruppe la mia industria.

«È lui!» pensai, rizzandomi in piedi di scatto, come per ricacciarlo fuori dell'uscio, ma mi rimisi subito a sedere. Uno dei miei scrivani mi portò un biglietto di visita.

— Aspetti — dissi, senza nemmeno guardare; e rimasto solo lessi, sotto uno stemma coronato, un magnifico nome, uno di quei nomi che non invecchiano e sembrano dover essere portati dai giovanotti soltanto: Libero de' Liberi.

Guardai all'uscio ripetendo dentro di me: «Non sarà male che faccia anticamera».

L'impazienza mi vinse e gridai:

— Fatelo venire innanzi.

Perchè mi tremava la voce?