Provavo, ed era inutile; mi pareva che il vecchio pretendente fosse rimasto lì, in qualche cantuccio della stanza, a crollare il capo dicendo: «Tu ridi pure, io tanto tanto sposerò tua figlia».

— Ridi — insisteva Evangelina.

— Che ci vuoi fare? non posso. Mi sento umiliato per Laurina, mi pento sinceramente di non essere stato abbastanza villano con quell'imbecille, perchè in sostanza egli ha quasi avuto gli onori della giornata co' suoi argomenti...

— La ragazza non glie l'hai data!

— È tutt'uno, egli si crede sicuro di pigliarsela; lo dice chiaro che è ricco, che è ben conservato, che sa tutta l'arte di amare. Laura non potrà resistergli, egli ne è persuaso... Torna, torna, vecchio balordo, e te lo darò io l'irresistibile...

Evangelina non ne poteva più; le mie parole non le lasciavano trovare un po' d'equilibrio; rideva dondolandosi di qua e di là come una pianta tormentata dal vento, e a un mio ultimo gesto essa aprì disperatamente le braccia e si buttò, per ridere meglio, sul canapè.

— Sia ringraziato quel signore... come si chiama? Non avevo mai riso tanto in vita mia.

Io ero interamente placato; avrei riso volentieri anch'io, ma m'ingegnavo di mantenere il seriume perchè Evangelina se lo potesse godere.

— Ha da capitare proprio a Laurina! — esclamai.

— E che vi è di male? — interruppe mia moglie. — A trovare un pretendente come lo vogliamo noi, nostra figlia ha tempo, ma uno come questo non le si presenterà mai più.