Non volle dir altro e parve accomodarsi con sufficiente rassegnazione alla nuova vita. Però la sera di quel medesimo giorno mi disse:
— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato alla filanda, non ho mai sentito come ora il bisogno di andarmene... non dubitare, rimango... non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono un egoista, un impertinente, uno sfacciato...
Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi sempre più il cervello.
— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono fatto così e non mi sono fatto io. Ho un'idea ardita — ripeteva — e non te la voglio dire.
Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma quella era un'idea così ardita, ch'egli stentava a esprimerla ad alta voce per timore d'essere castigato.
Quando meno vi pensavo, rompendo un altro filo di ciancie che pareva dovesse durare un gran pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con voce malsicura:
— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo voglio proprio dire quello che mi sono messo in capo: dar marito, il più presto possibile, alla mia Laurina.
— Sapevamcelo! — esclamai.
Egli mi diede un'occhiata compassionevole e soggiunse maliziosamente, senza badare all'interruzione:
— Darle marito perchè ti faccia presto nonno. Tu non sai cosa sia essere nonno e non te ne puoi fare un'idea.