— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse mio suocero gravemente.
La casa del Cavaliere, come la chiamavano per abbreviazione, era veramente la casa degli amici, di cui si notava una straordinaria affluenza in tutte le stagioni dell'anno.
Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto di sessantacinque anni, senza un pelo di barba sulla faccia rifiorita; aveva avuto in passato un solo nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la cordialità con gli uomini e la galanteria con le signore. E la cordialità e la galanteria avevano in lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie e affliggersi di non poter rimorchiare la terza nei passi difficili, mettersi addosso, sotto il sole di luglio, gli scialli di tutta una comitiva di donnine timorate della costipazione, offrirsi primo a far le strade più disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente dieci lettere di quattro pagine per raccomandare una persona ignota senza dar fastidio a dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli davate una piccola noia; se gliela davate grande, ve ne serbava una gratitudine eterna. Sacrificarsi per il prossimo era la sua ambizione, se pure non era il suo destino, se pure non era la sua condanna. Glielo dissi una notte che, dopo essergli andato incontro alla stazione, egli non aveva avuto pace finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino all'uscio di casa mia.
— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche colpa orrenda; in un'altra vita, Dio sa quante me ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho perdonato.
Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero si proponeva di trovare il marito di Laurina.
VII.
Il mercoledì successivo era giorno di gala per il Cavaliere. La notte prima, all'ora di entrare in letto, un telegramma era venuto a dirgli che il colonnello Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe arrivato all'una dopo mezzanotte per ripartire all'alba.
Bisognava andargli incontro alla stazione perchè il colonnello Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel linguaggio telegrafico che ha tanta somiglianza col linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello scampato alla mitraglia passava tre o quattro ore in una sala d'aspetto, che doveva essere stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno, sapere tutto questo e rimanersene nel proprio letto e non vegliare e non annoiarsi egli pure, sarebbe stato un egoismo feroce, degno della sua vita passata, e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva promesso solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi.
Era adunque andato alla stazione ed aveva trovato l'antico compagno d'armi in gran collera contro l'Amministrazione delle strade ferrate, per un involto che si era perduto; al Cavaliere era riuscito di placare il Colonnello, di trovare l'involto e di incaricarsi a farlo pervenire al suo recapito; poi egli aveva cenato, senza averne voglia, al caffè della stazione, pagando lui. Insomma aveva passato una bellissima notte.
Spuntava il sole del mercoledì quando il Cavaliere se ne tornava a casa beato. Non si fregava le mani perchè le aveva occupate tutte due da quell'involto birbone, causa di tanta collera e di tante fatiche, non essendosi trovato, a quell'ora mattutina, altro che un cocchiere il quale dormiva a cassetta così profondamente che sarebbe stato una crudeltà svegliarlo.