Aveva la barzelletta pronta, un repertorio di aneddoti e di sciarade, e il caro dono di quel bizzarro seriume che fa ridere tanto.

Tutta quella gente, che non lo aveva ancora visto in faccia alla luce del sole, era pronta ad aprirgli il proprio cuore.

Egli trionfava modestamente, ed io, che lo teneva d'occhio, lo vidi, più d'una volta, raccogliere con un sorriso gli omaggi della comitiva e deporli, con un'occhiata, ai piedi di mia figlia, che non si avvedeva di nulla.

Le ragazze intanto avevano lasciato il pianoforte per vedere i giuochi di prestigio, e chi faceva i giuochi di prestigio era sempre lui, il signor De' Liberi.

Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece udire un accordo secco. Era il bell'Arturo che si lagnava dell'abbandono in cui veniva lasciato. Allora il signor Paolo gli venne accanto:

— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro.

Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente! Questa idea mostruosa gli fece paura, volle fuggire, ed ecco il drappello di fanciulle che alla nota voce del pianoforte accorre e lo circonda.

Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e ripete:

— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa!

Ahi! Povero signor Paolo!