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Dopo il trionfo di quella sera, il signor De' Liberi diventò uno dei più assidui in casa del Cavaliere. Era là il suo palcoscenico, dove egli metteva in mostra tutti i suoi talenti a uno a uno, senza mai tradire la smania impaziente che guasta tante belle imprese terrene.
Egli imitava i varii rumori della sega, lo sbuffare accelerato d'una locomotiva e il canto del gallo con tanta perfezione da ingannare gl'inquilini del pollaio: e quando, dopo essere stati tutti zitti ad ascoltare, giungeva da lontano, nel silenzio della notte, la risposta d'un galletto corbellato, e si usciva a ridere in coro, il signor De' Liberi si faceva serio per dichiarare che non voleva darci noia.
Invano le fanciulle, le signore e noi stessi, sì noi stessi, compreso mio suocero, lo scongiuravamo di fare ancora il temporale cogli occhi, o il fuoco d'artifizio con la bocca e con le braccia; egli si schermiva con arte sopraffina, e cambiava discorso.
In sostanza quell'ultimo arrivato era già l'anima dei mercoledì del Cavaliere; l'ombra sua non solamente oscurò, ma cancellò perfino dalla memoria d'un tempo divenuto rapidamente antico le sembianze di un paio di burloni di seconda e di terza qualità, che tante volte erano stati i soli a ridere delle proprie celie. Costoro continuavano a venire per forza d'inerzia, ma si erano fatti singolarmente gravi tutti e due, e per istinto si andavano a sedere l'uno accanto l'altro; così quando il signor De' Liberi ne faceva una delle sue, si provavano invano a star serii, puntellandosi a vicenda; in ultimo bisognava che ridessero anche loro.
Naturalmente, come aveva subito approfittato della licenza scroccatami per venire a far visita «alla mia signora,» così approfittò della domestichezza nata e cresciuta in casa del Cavaliere per trapiantarla in casa mia. Egli fece questo con tutte le cautele che richiedeva una pianticella neonata, preparandole prima il terreno e dandole poi un tutore robusto, mio suocero; così dopo alcuni giorni si potè vantare in faccia mia che la nostra amicizia saprebbe sfidare le tempeste.
Niente di male, dico io, purchè avesse rinunziato a ogni pazza idea sopra mia figlia. Ma no, egli abusava dell'ospitalità e dell'amicizia per insinuarsi perfidamente nell'animo di Laurina, la quale rideva ad ogni parola di lui, e cominciava a trovare che egli tardava sempre a venire e che se ne andava troppo presto.
Però facciamogli giustizia: se il signor De' Liberi s'industriava per piacere a mia figlia, se qualche volta, in presenza di tutti noi, le dichiarava con accento scherzoso che era innamorato di lei e che la voleva sposare, non gli uscì mai di bocca una parola che la nostra Laura potesse pigliare sul serio. Il suo disegno, che parrà per lo meno ardito, se a me pareva impertinente, era questo: «innamorare la fanciulla dei suoi pensieri, indurla a non poter vivere senza di lui, costringere i genitori ed il nonno a buttargliela nelle braccia per disperazione».
Per riuscire a ciò, egli curava e variava molto gli abiti, dalle cui maniche faceva uscire quattro buone dita di polsini insaldati e lucidi, si radeva ogni mattina e si faceva pettinare dal parrucchiere. Così accomodato, a me pareva una rovina, ed avrei gridato a mia figlia: «guardati!» — ma all'occhio inesperto d'una fanciulla che cosa sembrava?
Faceva anche qualche cosa di peggio, l'amico De' Liberi, per guadagnarsi la sposa: screditava la gioventù, metteva in burletta i giovani.