«Povera e bruna Laurina, se ti dovesse toccare la stessa sorte!»

Fatti audaci dalla nuova debolezza, tutti i nemici della mia felicità, nemici vecchi e codardi che avevo sbaragliato lavorando ed amando, mi mostravano il pugno da lontano.

«Tu non sei più giovane, gridavano, tu non sei più robusto come una volta; già le tue digestioni sono lente, la tua vista si è indebolita e il tuo sistema nervoso è offeso; tu stai morendo a bocconcini; un giorno te ne andrai del tutto, ma consolati, ti faremo un bel funerale, v'interverrà tutto il foro milanese».

Quando l'idea della mia prossima fine mi perseguitava, facendomi vedere la mia creatura sola nel mondo, senza una casa sua, senza un amore suo, mi accadeva d'invidiare il forte signor De' Liberi, il quale, con quindici anni più di me sulle spalle, se la rideva, sicuro di arrivare all'ottantina.

— È tutt'uno — dicevo — ha una magnifica fibra.

— Peccato che non abbia dieci anni di meno! — sospirava mio suocero.

— Dieci anni di meno, ti pare che basterebbero? Ce ne vorrebbero almeno venti.

Era quella la mia convinzione, che le dottrine del vecchietto ardito venivan scrollando a poco a poco.

***

Il tempo passa e il Signor De' Liberi invecchia; sì, invecchia; non ostante il pettine, il rasoio e i polsini inamidati; a dispetto del sarto, del parrucchiere, del dentista; checchè egli faccia e dica, cammini o salti, o lampeggi con gli occhi nelle collere d'un temporale, o sbuffi come una locomotiva, egli invecchia, ed io ne sono contento. Osservo con un piacere amaro che dopo il temporale egli non si rasserena mai interamente, perchè gli rimangono tre rughe sulla fronte, e che al contrario nell'imitare la pioggia e i fuochi d'artifizio ha ancora perfezionato l'arte sua, perchè gli è caduto un altro dente.