— Lo so! — esclamai — la colpa è mia!

— Di tutti e due — corresse Evangelina ridendo.

— Di nessuno — soggiunsi ridendo anch'io. — La colpa è del mio primo cliente, che non sa risolversi a litigare; venuto il primo, gli altri seguiranno; vedrai.

— Vedremo — disse Evangelina, parlando per sè e pel nascituro.

— Pure — insistei — una limonata non è una fiumana e non può travolgere neppur una casa spiantata come questa... E pensa se la nostra creaturina avesse a venire al mondo con la faccia color di limone!

— Corbellerie! — mi disse Evangelina con molto sussiego — i medici assicurano che le così dette voglie non dipendono tanto dalla voglia sentita, quanto dall'ansia di certe madri sciocche, che si mettono in capo questo sproposito. La gestazione...

Io la guardava a bocca aperta.

— Quali medici? — interruppi.

Volle dirmi una bugia; non le riuscì e mi confessò tutto. Fra le tante cose fatte nell'ora e un quarto della mia assenza, era questa: arrampicarsi sullo scaleo con un coraggio da matrona, prendere nell'ultimo palchetto della mia libreria un grosso volume in folio, che trattava d'ostetricia. Facendo salti enormi e pericolosi, poteva dirlo d'averlo letto tutto.

Ringraziai la Provvidenza che in quei salti le aveva risparmiato la caduta in un certo capitolo, dove si parla di certi ferri e del modo di servirsene, con un linguaggio che a suo tempo mi aveva messo i brividi.