Evangelina, avendo confessato il proprio peccato, mi svelò anche la sua intenzione di rileggere con comodo quel libraccio, senza perderne una sillaba; ma io la pregai tanto di rinunziare a quell'idea, che ella si arrese e mi pose fra le braccia il grosso volume. Più tardi lo chiusi a chiave nella scrivania, come un cattivo soggetto.
Qualche giorno dopo quel memorando mattino di maggio, venne mio suocero dalla campagna; gli avevamo dato la strepitosa notizia, ed egli accorreva, lasciando i bacherozzoli, per portarci i consigli della sua esperienza.
A sentir lui, il nascituro doveva essere un maschio, un ingegnere alto e robusto, bruno, con la barba nera, pieno di ingegno; non pretendeva che gli somigliasse nel naso e negli occhi, perchè riconosceva modestamente che in fatto di nasi e di occhi si poteva far meglio; ma infine, se mai... non sarebbe scontento, tutt'altro.
Quando la mia Evangelina sentì parlare della barba nera del suo nascituro, cominciò a ridere e non smise per un pezzo.
La sera però mi chiese:
— E' proprio necessario che sia un maschio?
— Necessario, no...
E non aggiunsi altro per timore d'offendere la mia figliuola, se mai fosse tale.
Rispetto alle sembianze, non andavo d'accordo con mio suocero; il mio piccino io lo voleva biondo, ricciuto e bianco, almeno fino a tanto che non fosse in età di portare i baffi o il cappellino; e mia moglie era della mia opinione.
Quanto all'ingegno poi, se davo fede alla statistica, avevo da starmene contento; perchè, a conti fatti, mio figlio doveva nascere in gennaio e questo pare il mese in cui vengono al mondo i più grandi intelletti dell'umanità. Veramente la cosa mi era parsa stramba, quando l'avevo appresa la prima volta, ma allora mio figlio non era concepito e io poteva beffarmi della statistica.