Non me ne beffavo più ora.

Molte altre cose avevo letto, che mi tornavano in mente, ed altre ne andavo leggendo ogni giorno sulle influenze dirette ed indirette che uomini e cose hanno sui nascituri.

L'esame delle influenze dirette mi lasciava contento; mio padre e mio nonno non andavano soggetti a certe malattie che si chiamano ereditarie; io neppure; altrettanto poteva dire Evangelina, cosicchè nostro figlio si doveva rallegrare che non gli toccherebbe un'eredità di malanni, invece dei quattrini che ci mancavano.

Quanto alle influenze indirette, non seppi resistere alla tentazione di portarmene una favorevole in casa. Quando si è letto in un libro serio che se le donne greche d'oggi hanno i grand'occhi e le belle forme, lo devono a Fidia ed a Prassitele, e che il tipo greco si è conservato in virtù dell'arte ellenica, quando si è letto questo e altro, a un povero padre in erba non rimane scampo; bisogna che egli si faccia amiche le belle arti. Così feci io, al più buon patto possibile. Comprai due copie di capolavori, due puttini di gesso, nudi, grassocci, tondi come amorini; erano veramente la stessa personcina in due diversi momenti della giornata; in uno rideva, perchè aveva preso un uccellino; piangeva all'altro perchè le era scappato. Feci ridere il mio bimbo di gesso in stanza da letto, lo lasciai piangere in salotto; così, in qualunque ora della giornata, o si svegliasse dal sonnellino meridiano, o lavorasse di cucito a preparare le fasce, o ricevesse le amiche, o leggesse nel vano della finestra, la mia Evangelina doveva sempre avere dinanzi agli occhi il suo modello classico.

Passavano i giorni, le settimane e i mesi.

La grossa minaccia che io aveva creduto di fare per celia alla mia Evangelina si veniva compiendo e pareva oramai certo che sarebbe superata dal fatto. Mia moglie, consolata alla meglio dalla sarta, si rassegnava.

Cominciavo a sperare anch'io che mio figlio fosse un maschio, posto che doveva essere un colosso.

Naturalmente non ne dicevo nulla alla mia Evangelina, guardavo con sospetto i camicini che ella preparava con compiacenza, mi parevano soverchiamente piccoli, e lo tenevo per me.

Un giorno, per altro, preso nascostamente uno di codesti indumenti minuscoli, provai a misurarlo al puttino di gesso, a quello che rideva. La cosa non fu facile, ma mi riuscì. La mia statuetta faceva una bizzarra figura così conciata, e non volli privare mia moglie di uno spettacolo curioso. Essa venne e rise, ed io allora notai, senza aver l'aria di insistere, che il camicino mi pareva un po' stretto.

— Per la statua — disse Evangelina, — per lui sarà fin troppo largo; l'ho tenuto più grande del modello.