— Sarà grosso — osservai scherzando.

— Sarà come deve essere — mi rispose rassegnata.

VII.

Nostro figlio era già vivo prima che nascesse; ci consolava, ci migliorava, educando la nostra mente ed il nostro cuore.

Fu da lui che mia moglie apprese come, per quanto possa parere il contrario, sia fredda ed uggiosa la casa in cui non ardono i fornelli, dove non si consuma il sagrifizio del pane e del vino a colazione, a desinare, e magari anche a cena. E fu da lui che io imparai a rifornire il mio bagaglio scientifico, senza disperare della clientela che non veniva.

Egli era savio, dotto, arguto, indulgente e severo; trovava tutte le vie per giungere al nostro cuore; prestava un pensiero occulto a ogni cosa e affinava la nostra mente, tanto da poterlo leggere ed approfondire; egli ci rendeva attenti alla vita che si moveva intorno a noi; ci dava la pietà, la pazienza e la rassegnazione; quando era l'ora ne infondeva il coraggio, la forza e l'audacia. E rese me umile e superbo, come deve essere l'uomo che pensa e sente; parlandoci di sè stesso, obbligandoci a fingercelo dinanzi alla mente in mille modi, nelle diverse età, ad indovinare fin d'allora i suoi futuri bisogni, ci schiuse mille scrigni riposti dove stanno le piccole verità date all'uomo nella vita: e ci fece ricercatori desiderosi della verità grande che si cela.

Sì, nostro figlio era vivo assai prima che nascesse; nè mai amico o parente era penetrato così addentro nell'anima nostra come quel nascituro.

Lo aspettavamo pazienti, con la trepidanza con cui si attenderebbe un vecchio amico morto, al quale fosse concesso di tornare al mondo.

Il solo che non sapesse aspettare con tranquillità era mio suocero.

Nei primi giorni di gennaio egli ci piombò improvvisamente in casa, dicendo: — Deve venire oggi o domani, perchè io non ho tempo da perdere. — Parlava del nipotino, il quale, per obbedienza, la mattina successiva avvisò la mia povera Evangelina della sua venuta.