Fu in casa uno scompiglio silenzioso. Evangelina cominciò col piangere, perchè aveva paura; poi si fece forza, e io la vidi, sbigottito, andare e venire per la casa come un'eroina.

Avevo perduto più di mezza la testa, e mio suocero l'aveva perduta tutta quanta; camminava su e giù per la camera toccando le fasce, i camicini, le pezzuole senza far nulla e credendo in buona fede di darci un aiuto poderoso. Venne la levatrice, venne un'amica zelante, e venne il medico, che doveva rimanere con noi in salotto.

Mi pare che, dopo tutto quel via vai, un silenzio profondo occupasse le nostre povere stanze; ero come smemorato; mio suocero mi veniva ogni tanto innanzi, mi guardava negli occhi senza dirmi nulla: io non istaccava lo sguardo pauroso di dosso al dottore, il quale, indifferente e tranquillo, leggeva un libro che aveva trovato sul tavolino.

Ma quando dalla porta socchiusa ci giunse un gemito straziante, io mi feci così pallido e mio suocero si fece così rosso, che il medico si rizzò, toccò il polso ad entrambi senza averne l'aria e ci pregò d'andare a spasso un quarticino d'ora.

— Che fanno qua tanto tanto?

A noi pareva di far molto; in verità non facevamo nulla; e il medico espresse più chiaro il suo pensiero dicendoci: che «se mai occorresse l'opera sua, saremmo di impiccio».

— Ma non occorrerà?... — chiesi io.

— Non occorrerà di sicuro; però, diano retta, se ne vadano.

Ce ne andammo come due scolari cacciati dal signor maestro.

Giunti sulla via ci arrestammo istintivamente entrambi, mio suocero ed io, ad ascoltare se mai si udisse ancora uno di quei gemiti che ci avevano toccato il cuore. Se l'avessimo udito, saremmo tornati indietro di sicuro. Non si udiva nulla; ci avviammo.