Mio suocero infilò il suo braccio destro nel mio, e sentendo che il cuore mi batteva forte, cominciò a consolarmi a modo suo.
— Sarà un maschio — mi disse.
Io non risposi nulla; ed accelerai il passo verso i bastioni.
La campagna era desolata, gl'ippocastani nudi e coperti di neve, la sabbia dei viali indurita dal gelo. Non vedevo più i bei frutti, nè le formiche operose; faceva un freddo rigido che teneva nascoste tutte le creature; solo qualche passero affamato saltellava qua e là.
A una svolta nota rividi l'acacia che mi aveva trattenuto, e spinsi l'occhio fra i suoi rami spogli, cercando il nido — era scomparso; certamente, dopo d'avere scaldato l'amore d'una famigliuola alata, aveva fatto la gioia di un monello.
Con che sguardo diverso vedevo tutte quelle cose! La mia Evangelina soffriva crudelmente, ed io avrei quasi rinunziato a una felicità che doveva costarle tanti dolori. Mio suocero, dopo di avermi incoraggiato dieci volte dicendomi: — Sarà un maschio! — ebbe un momento di sconforto, e mi disse come parlando a sè stesso: — Se non fosse un maschio!
Io sorrisi, pensando che, fortunatamente, se non era un maschio, doveva essere una femmina.
A un tratto il nonno impaziente voltò le spalle e mi disse con sicurezza:
— Andiamo, a quest'ora è nato.
Ed io sentii un brivido dolce per tutto il corpo.