Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.
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Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi sgomento.
«Succede sempre così — pensai. — In fondo al calice d'ogni allegria è un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».
Non era di questa opinione il nonno.
— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte; egli ha toccato il tasto che significa segreto amore; e Laura l'ha capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po' più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di chimica.
Era l'impazienza che lo faceva parlare così.
Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo, si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato, e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento, senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero trovarsi legati l'uno all'altra per sempre.
— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.
— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.