Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto d'una emicrania non aveva voluto salire le scale.
Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana; ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio. Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor Paolo.
— Disgraziato! — gli gridammo insieme.
Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte nella vetrata.
E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi.
X.
Una sera, entrando in casa del Cavaliere, mi sentii tirare per la manica in anticamera.
— Ho bisogno di parlarle — mi disse il Cavaliere.
— Agli ordini suoi — risposi.
Ma il Cavaliere era prima di tutto agli ordini di mia moglie e di mia figlia, per aiutarle a deporre il manicotto, lo sciallo e il cappello; altri gravi uffici lo attendevano in sala, offrire un complimento alle signore, una seggiola a chi stava ritto, un argomento di conversazione ai taciturni; dimodochè, dopo aver svegliata la mia curiosità, mi obbligò a tenermela insoddisfatta per più d'un'ora. Me ne chiese più tardi mille scuse, e, dopo essersi assicurato ancora una volta che tutto andava benino, che la conversazione era animata, che le ragazze facevano cerchio intorno al signor De' Liberi, e che il pianoforte gemeva per virtù del signor Paolo, cominciò così: