Sulla soglia mio suocero s'impadronì del braccio d'Augusto e gli disse:
— Avvocatino, vieni a spasso con me; mi parlerai dell'università, ma dell'università senza esami, tutta scolaresca e niente professori.
Passò sulle labbra dell'avvocatino in erba un sorriso di ambizione contenta.
— Dove andiamo? — chiese; salutò la mamma e il babbo con un cenno del capo, e si allontanò con molta disinvoltura a braccetto del nonno.
Gli accompagnammo un breve tratto con lo sguardo; parevano due vecchi amici.
***
Evangelina non era proprio allegra.
— I nostri figli ci abbandonano — mi disse appena entrati in casa, lasciandosi cadere sopra un canapè. — Noi peniamo tanto a metterli al mondo, a tirarli su, a circondarli d'amore, finchè un giorno ci voltano le spalle per seguire il mondo che li chiama.
Un pensiero press'a poco simile stavo facendo anch'io. Mi ero accorto che Augusto aveva imparato all'università a salutare il babbo e la mamma con un grazioso movimento del capo di sotto in su, quando vi era pericolo di essere colto in flagrante reato di tenerezza filiale; poc'anzi poi avevo notato che, dopo quel saluto molto contegnoso, che doveva dare ai passanti un'idea della sua anticipata virilità, mio figlio aveva tirato diritto, a braccetto del nonno, senza neppure voltarsi. E da dieci minuti, aspettando che io gli badassi, l'avvocato Placidi veniva raccogliendo tutti gli elementi di difesa per patrocinare la causa d'Augusto innanzi al tribunale della mia indulgenza paterna.
Accolsi dunque le parole di mia moglie con un sospiro spontaneo e genuino, che arrivai però in tempo a prolungare esorbitantemente per pigliare il tono della celia.