Laura non è sola — cominciai lentamente dopo un breve silenzio. — Laura non è sola, nè poveretta. Il suo sposo è per lei sua madre, suo padre, suo nonno. Egli è buono, e l'ama. Consoliamoci.
Avevo indovinato il sentimento di Evangelina, la quale mi guardò e mi sorrise.
— Dacchè Laura è partita — mi disse con accento più vivace — ho sempre dinanzi agli occhi la sua cameretta abbandonata; appena entrata in casa, volevo andare a visitarla, me n'è mancata la forza; ora mi ritorna, andiamo.
Mi prese per mano, attraversammo a passo frettoloso le stanze... Eccoci nella cameretta gentile, in cui prima di noi è entrato un raggio di sole.
Ci fermiamo un momento sul limitare, respirando appena, per non far fuggire il caro fantasma che abita ancora quel luogo; poi mia moglie va lentamente a curvarsi sul letticciuolo e nasconde la faccia nel guanciale di sua figlia.
II.
Io guardava con occhio attonito. Le note sembianze di quella cameretta, indifferenti al raggio di sole che penetrava dalla finestra, non mi sorridevano più come una volta. Persino i putti rosei, che avevamo messo a folleggiare sul parato e sulle tende, si lamentavano dell'abbandono.
Vidi spuntare uno stivaletto di sotto una seggiola, e vi fissai l'occhio fantasticando.
Mia moglie non si moveva; io mi avvicinai alla piccola scrivania di Laura, su cui erano sparse poche carte, e istintivamente radunavo le pagine sparse, quando mi fermarono gli occhi alcune parole scritte con mano mal sicura:
«Alla mia cara mamma — dicevano — perchè sappia che l'ultimo mio pensiero di fanciulla è stato per essa».