Leggendo queste due righe, io vedeva mia figlia ritta al mio posto, in abitò di nozze; scriveva coi guanti e in fretta per non farsi aspettare, poi si voltava per guardarsi intorno prima di lasciare per sempre il nido che suo padre e sua madre avevano fatto bello per lei; intanto deponeva la penna sulla scrivania... dov'è la penna? Ma la penna rotolava a terra... Eccola appunto!

— Evangelina! — chiamai con voce commossa. Mia moglie sollevò il capo a guardarmi, e fu indovina.

— Leggi — le dissi; e intanto che essa leggeva, io mi chinai a raccogliere la penna.

— Angelo caro! — mormorò la povera madre contenta.

***

— L'ultimo suo pensiero di fanciulla è stato per te — cominciai a dire lasciandomi cadere sopra una seggiola, a piedi del letto; — ma il penultimo fu per il babbo, ne sono sicuro, sebbene non sia scritto.

Evangelina temette di scorgere nelle mie parole un'ombra di gelosia, e mi guardò alla sfuggita; io la rassicurai soggiungendo:

— A quest'ora pensa a tutti e due, e quel dabbenuomo di suo marito, perchè la vede sorridere, immagina che abbia dimenticato il babbo e la mamma, la casa e il mondo, per pensare solo ad essere innamorata di lui: tutti così i mariti.

— Angelo caro! — mormorò Evangelina e venne a sedersi in faccia a me, nell'unica seggiola rimasta, al capezzale del letto. Sembrava che visitassimo una cara ammalata, e io ne feci subito l'osservazione.

— Invece visitiamo un'assente: — disse la povera madre; ed era svanita ogni nube dalla sua fronte, e già gli occhi suoi lucevano ricercando, nell'avvenire, la felicità di sua figlia.