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Cominciò da Codogno il nostro viaggio attraverso l'avvenire dei nostri figli; in quelle terre incognite io veniva innanzi aprendo il passo a mia moglie; e quando l'inquietudine materna faceva spuntare uno sgomento dove il padre ingenuo aveva seminato una speranza, affrettavo l'andatura e volgevo gli occhi a un altro orizzonte. Ma per quanto io facessi, il nostro cielo si oscurava ogni tanto; noi e i figli nostri e i figliuoli dei nostri figli avevamo cento maniere accertate d'essere felici, e una sola di non essere; ma quest'una valeva più di cento, si chiamava l'ignoto.
— La felicità non si governa con le leggi delle probabilità — disse ad un certo punto Evangelina.
— Beati gl'infelici! — soggiunsi io tra il serio e il faceto. — Essi possono sperare.
E mia moglie ripetè con un tremito nella voce, e proprio sul serio:
— Beati gl'infelici! Essi possono sperare.
Ma giunse fino a noi un rumore di passi che si avvicinavano. Ci rimase appena il tempo di sorriderci a vicenda per prepararci a sorridere al nonno.
Vidi, abbandonato sulla specchiera, il nastrino azzurro che mia figlia portava al collo la vigilia; me ne impadronii passando e lo cacciai nel taschino del panciotto.
Mia moglie non si avvide di nulla, e io senza sapere perchè, ne fui contento.
— Dov'è Augusto? — domandò Evangelina a suo padre, che entrando nella camera di Laurina sembrava provare qualche cosa di cui egli medesimo si stupiva.