V.

Nell'autunno successivo mio suocero ammalò. Una mattina, dopo aver fatto la sua passeggiata solita, sentendo che le gambe lo reggevano male, si era rimesso a letto.

— Non vi spaventate — disse appena ci vide entrare nella sua stanza — è una costipazione; appena me la sono sentita venire addosso, ho detto: è una costipazione — e siccome non voglio che pigli possesso di questa vecchia carcassa che mi serve benissimo, sono tornato a letto. È una giornata fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi voi pure. Evangelina, sei ben coperta?

Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli, e noi fingemmo di pigliare la cosa allegramente per non lasciargli scorgere il nostro affanno.

— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile chiamare il medico, perchè si capisce che è una cosa da nulla, ma in ogni modo...

Protestò che di medici non ne voleva sapere, che non aveva mai avuto fiducia nelle medicine.

— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina.

— Sto benone — rispose battendo i denti.

Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente sarebbe accolto male, entrò nella camera dell'ammalato in punta di piedi.

— Se non mi vuole me ne vado — disse stando all'uscio; — vedo già di che si tratta, è una cosa da nulla; con quella faccia si seppellisce il medico — aggiunse volgendosi a noi.