La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni visita veniva leggendo sulla faccia del medico, il quarto giorno vi lessi che rimaneva poca speranza di conservarci il caro vecchio.
Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con un telegramma il dottor Lelli, nostro genero. Lo accompagnava Laurina, alla quale pochi mesi di matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una donna fatta.
Il nonno che stentava a respirare e parlava con affanno, vedendola cadere come un fiore al suo capezzale, trovò ancora un accento sonoro per esclamare un oh! di gioia: e perchè Laurina, nel vederlo soffrir tanto, si oscurò in volto e fu tentata di piangere.
— Sorridi — disse — mi fa bene.
— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti?
— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò sul guanciale la testa stanca dalla febbre.
— Dov'è tuo fratello?
Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata.
— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze, a Roma e a Napoli. Ha voluto vedere l'Italia, un dottore in utroque è nel suo diritto. Gli scriveremo...
Accennò col capo che non era necessario; stette in silenzio, come per raccogliere un po' di forza, ma senza abbandonare la mano di Laura, poi disse forte: