— Capisco — disse dolcemente — non bisogna dar scandalo alle signore; sarà per domani.
Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono peggiorato, sebbene egli protestasse che si sentiva benone.
Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia e la volontà del vecchio; quando sembrava soffocato dall'affanno, e lo sgomento ci stringeva il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio disperato con una parola baldanzosa: allegri!
Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la vita.
Ma quando la speranza era ritornata in mezzo a noi, e si era tutti intorno al letto porgendo orecchio credulo a ciò che il nostro caro ammalato diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro rantoloso dissipava ogni dolce visione. Ricominciava l'oppressura.
Dopo una notte più travagliata delle precedenti, una mattina, una bella mattina d'ottobre, il vecchio ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno del capo. Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era discesa sulla sua faccia disfatta.
— Come ti senti? — gli chiesi.
— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma è finita!
Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere, ed egli ci obbligò a guardarlo negli occhi.
— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non mi posso lamentare; sono stato felice, me ne vado contento...