Me ne ricordo: mio genero e io pensammo a scegliere una sepoltura all'aperto, e vi piantammo con le nostre mani un rosaio; poi, facendo la scoperta che il nostro caro vecchio era morto a ottant'anni, mi venne in mente il paragone del salvadanaio a cui egli ricorreva per nascondere l'età, e lo continuai dicendo a me stesso: il salvadanaio è spezzato!
Mi ricordo anche d'un passero, che saltellava nel viale del cimitero il giorno della sepoltura, ma non mi sovviene più nulla di quanto accadde nel mio cuore, fino al giorno in cui nella nostra casa addormentata incominciarono a rivivere malinconicamente un desiderio, una speranza, un'idea allegra, e poi a uno a uno i doveri, le ansie, le contentezze, tutto ciò che aveva accompagnato il caro vecchio nella tomba.
Per quello sbigottimento, che lascia la morte quando ci colpisce in una persona cara, ci eravamo sentiti come morti in lui, e allo stesso tempo avevamo avuto lui sempre vivo al nostro fianco. — Eravamo stati per un po' come in aspettazione di qualche cosa, che correggesse l'errore del nostro pensiero melanconico, e riponendo noi dinanzi a noi stessi, ci costringesse a guardare in faccia a un sepolto vivo, e dirgli: «tu sei l'avvenire!»
Fu una lettera di Augusto che ruppe il fascino della tomba recente. Dinanzi all'incanto del golfo di Napoli, egli si sentiva accendere un estro nuovo, e servendosi d'uno stile che non aveva nulla di comune con l'eloquenza del foro, cercava di far intendere ai genitori il proprio entusiasmo, e di tentare il nonno.
«Nonno mio — gli diceva in un proscritto dedicato a lui solo — tu non sei vecchio, tu sei ancora capace di gran cose; eccone qua una: mandami col telegrafo una sola parola, ma questa sia: aspettami, e io ti aspetterò, e passeremo la vita tra Posilippo e Sorrento, chiedendone scusa alla mamma e al babbo che saranno costretti a raggiungerci. Se tu non mandi il telegramma, partirò fra otto giorni».
Allora Evangelina scoppiò in lagrime, e io singhiozzai per consolarla.
Non avevamo voluto che la notizia dolorosa trovasse nostro figlio solo, in un paese non suo, e gli rendesse penoso il lungo viaggio del ritorno; perciò non gli avevamo scritto nulla. Ma mentre prima ci era sembrato di far bene, ora di quel silenzio avevamo rimorso.
— È una cosa crudele — diceva Evangelina — lasciare quel povero ragazzo nell'inganno perchè scriva di queste lettere.
E io ci pensava un po', domandandomi se veramente fosse una cosa crudele e verso chi.
Evangelina asciugò le lacrime, andò a sedere affannata alla scrivania, e sul primo biglietto di carta capitatole scrisse rapidamente a suo figlio. Io lasciai fare continuando a domandarmi se il nostro silenzio fosse stato una crudeltà, e se quelle linee nere che Evangelina veniva schierando in colonna con mano tremante, fossero l'atto pietoso che doveva correggerla.