Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria? Non da me. Il mio metodo era tutt'altra cosa. Pacata da principio alla fine, amena e frizzante, se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio, sarcastica nell'esposizione dei fatti, diventava tuono un momento solo, nel conchiudere. Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto il migliore. E anche quando Augusto cominciò a gettare nella mia mente il dubbio amaro che vi fosse un genere d'eloquenza più abile del mio, persistei nella maniera che mi aveva servito per tanto tempo.
— Signor avvocato — mi dicevano gli amici del tribunale e della Corte d'appello — sa che suo figlio si fa onore? Fortes creantur fortibus...
Io respingeva quel latino tentatore con la più falsa delle modestie, una modestia che era la vanità in persona.
— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono tutti: in tribunale non si è intesa da un pezzo una parlantina così elegante, così lucida, così ordinata... un garbo oratorio così...
E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse il segno; parlantine eleganti, lucide, ordinate se n'era sempre udito in tribunale; io stesso aveva parlato per un'ora e un quarto la vigilia...
Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso un uscio, e fu l'usciere che me lo diede.
Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando un occhio e un orecchio alla porta socchiusa della sala d'udienza; mio figlio aveva finito allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentire come venisse giudicata. Ed ecco quello che, detto confidenzialmente per bocca dell'usciere a un caporale di fanteria, infilò il mio orecchio e mi passò da parte a parte.
— Suo padre — disse l'usciere con l'accento sentenzioso proprio di questa classe d'uomini di legge — suo padre parlava bene anche lui, ma questo qui...
Questo qui era mio figlio!
Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità e il sentimento paterno, da principio parve trionfare la vanità; ma solo perchè l'avversario si picchiava con le proprie mani.