Ve lo figurate voi questo modello di padre che coglie sè stesso nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio figlio! ha da essere proprio mio figlio che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e altre tenerezze simili?
Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e si alimenta di una vicinanza, e avrei potuto misurare i gradi delle diverse invidie, di cui mi onoravano i miei vicini, a cominciare dal sentimento robusto dell'agente di cambio, il cui uscio di casa si apriva dirimpetto al mio nel medesimo pianerottolo, passando per quello più fiacco degli inquilini del piano di sotto, del piano di sopra o della casa dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti, fino all'invidia un po' scolorita, pronta a rifiorire alla prima occasione, degli abitanti del mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra padre e figlio anche l'ombra di quel sentimento maligno non l'avevo sospettato mai, e mi era sentito al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno di noi (meglio io) se ne fosse andato all'altro mondo... o per lo meno agli antipodi.
Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io feci allora nel mio cuore di padre, e mi affrettai a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel giorno, sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori e giudici, che l'avvocato Placidi seniore non era più nulla e non aspettava dal foro altri trionfi fuor quelli di suo figlio.
— Vi farà onore — mi rispondevano.
— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma vi sono preparato.
Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano che questo non poteva succedere, che la mia fama era... che il mio valore dovrebbe... e io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio amor proprio.
Venne un giorno in cui il mio amor proprio non ebbe più sorrisi, perchè non si fece più illusioni. Mio figlio era così famoso per la sua parlantina, che metteva me assolutamente nell'ombra; ed io, per conservare un po' di lustro alla mia eloquenza, decisi di non parlare mai più in tribunale.
Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto, il quale non vuol convenirne; sì, fu un bel tiro, un magnifico tiro.
Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama di oratore, e i trionfi di mio figlio l'aumentarono; perchè quando egli faceva per innalzarsi, coloro che avevano udito me in altri tempi, e specialmente chi non mi aveva udito mai, mi portavano al cielo. Più d'una volta mio figlio, dopo una difesa splendida, se le ha dovute sentir fischiare all'orecchio queste parole, che mi lusingavano, sebbene fossero bugiarde:
— Bisognava sentir suo padre!