Ma era un'impazienza allegra, che da quel giorno doveva accompagnarmi perfino nell'andare al tribunale.
Ritrovavo mio suocero in me stesso, comprendevo ora tutte le singolarità dell'amore geloso del nonno per i miei figli; sentivo in embrione, come cosa che si venisse formando nel mio cervello, quella teorica che il nostro caro vecchio mi aveva già dimostrato inutilmente a suo tempo: i nostri figli appartengono più al nonno da parte di madre, che al padre medesimo. Provasse un po' mio genero a vantare diritti più autentici del mio sul nascituro.
Certamente la donna sopporta la gioia meglio dell'uomo, il che non significa (come la nostra vanità potrebbe essere tentata di soggiungere) che noi altri uomini sopportiamo meglio il dolore. Se non sdegnassimo di aprire più spesso le valvole che furono date all'umana natura, cioè il riso ed il pianto, saremmo forti per lo meno quanto le nostre donne, più forse, ma non ve l'assicuro.
Evangelina mi stava a guardare dal suo cantuccio; con una dolcezza penetrante il suo sguardo veniva leggendo tutta l'anima mia senza fallare.
Sentivo questo così bene, che a un certo punto mi chiusi bruscamente in me stesso, dandomi un'aria svogliata e indifferente, perchè non si leggesse d'un mio segreto disegno.
— Tu dove vai? — mi chiese mia moglie un'ora dopo.
— Dò una capata in tribunale, e torno subito e tu?
— Esco anch'io.
Non mi disse dove andava, e io non lo domandai, per risparmiarmi un'altra interrogazione.
Uscimmo insieme: ed io accompagnai un buon tratto Evangelina. Fu lei la prima a dire: