— Sei nonno! — mi diceva qualcuno — nonno! prova a ripetere questa parola — e io provavo. — Tu ricominci la vita per la terza volta; ti sembrava quasi d'aver finito; d'essere al mondo per far numero; ora ecco un altro scopo: la culla d'un altro figlio.
Il rosaio era scomparso; non mi rimaneva più dinanzi alla mente se non la tomba di mio suocero, ma aveva le cortine di mussola bianca, come una culla.
Quando io fantastico, corro — è Laurina che me n'ha avvertito; — le mie gambe avevano vent'anni quel giorno; nondimeno per le giravolte che m'era toccato fare, arrivai in cimitero dopo mia moglie.
Proprio così, la poveretta aveva avuto la mia medesima idea; ed era là, dinanzi a me, che s'avviava fra le tombe.
Subito mi fermai, guardando all'uscita; essa mi sentì, si volse e mi sorrise. Che piacere! poteva ancora sorridere, non era troppo mesta! la raggiunsi e la presi a braccetto con molta gravità, senza dir parola, mentre essa mi veniva guardando negl'occhi per godersi il mio corruccio burlesco.
— Signora! — cominciai tragicamente...
— Signore! — mi rispose con un fil di voce...
Allora io volli ridere, ed Evangelina si affrettò a dirmi con la sua voce e con la sua maniera solite:
— Per carità, sta zitto; siamo in camposanto!
— To', è vero — mormorai — siamo in camposanto. Ma come mai — soggiunsi, adattando la voce al luogo — come mai ti è venuta la mia stessa idea?