— Gli ho portato un fiore — disse a un tratto Evangelina, mostrandomi un mazzolino di viole che teneva sotto il mantello.
Io presi le viole gravemente e ne aspirai il profumo, guardando mia moglie negli occhi. Non era mesta, non le tremava la voce, ma ancora non ero sicuro che la vista della tomba di suo padre...
Eccola... ecco il salice, che nasconde la colonnina intera, sul cui capitello s'intrecciano due corone: a mio padre, a mio nonno...
Evangelina si staccò da me, e corse ad inginocchiarsi dinanzi alla tomba, io le rimasi alle spalle cercando con gli occhi i seccumi del rosaio fiorito... Poco dopo mia moglie si volse e sollevò il capo per farmi vedere che non piangeva. Non mi pareva vero, e spensieratamente le dissi: brava!
Si rizzò, e incominciammo tutti e due in silenzio l'opera di mondare il salice e il rosaio dai seccumi.
— Bada — dissi — non istaccare quelle foglie accartocciate: è una specie di bruco intelligente che le ha accomodate così per la sua famiglia.
Evangelina si accostò a guardare dentro alle foglioline come in un cannocchiale, poi lasciò ricadere il ramo, e sorrise.
Ma fu senza pietà con un ragno che era venuto ad attaccare i suoi fili dalla colonna al rosaio; e quando ebbe distrutto con la pezzuola tutta quell'opera bella e faticosa, mi disse per giustificarsi:
— Questo non era un nido, era una trappola.
Maggio era già passato sulla campagna, e il muricciuolo del cimitero non l'aveva potuto trattenere; l'alito suo aveva risvegliato mille forme di vita fra le tombe.