Spingendo l'occhio sotto la pietra di una fossa vicina, io vedeva il corpicino d'una lucertola bruna così immobile che pareva di bronzo, e chinandomi a sgombrare dalle male erbe la poca terra che appartiene ancora oggi a mio suocero, io misi allo scoperto l'ingresso di un formicaio, dove si faceva un gran lavoro.

Quelle creaturine che uscivano dalla fossa del nostro caro vecchio, per ritornarvi cariche di preziosi fardelli, sembravano lì per essere interrogate.

— Se ci potessero rispondere — disse Evangelina, che non sapeva staccare lo sguardo da quella piccola gente nera...

— Ti direbbero che i morti non hanno alcun bisogno di noi, e che dobbiamo pensare ai nostri figli.

Le mie parole erano solenni; ma l'accento con cui le pronunciai era facile e leggiero, come era facile e leggiera, quel giorno, tutta l'anima mia.

Non passò alcuna nuvola sul nostro orizzonte, dicemmo addio al caro vecchio e ci separammo da lui senza dolore.

Passando accanto a una tomba, Evangelina lesse il nome di una bimba di quattro anni, e disse mestamente:

— Anche i bimbi muoiono!

Io sospirai: pur troppo! e il mio egoismo si affrettò a soggiungere a bassa voce che questo pericolo per due dei miei figli era passato, e che il terzo aveva ancora da nascere... pur troppo.

E sospirai un'altra volta.