— Silenzio... è un maschio!
Volli passare la soglia, ma mio suocero, sempre sregolato nella manifestazione dei suoi sentimenti, mi si avvinghiò al collo con un pretesto d'amplesso e per poco non mi tolse il fiato; poi mi lasciò stare e mi ripetè sottovoce:
— Silenzio... è un bel maschio!
Entrammo.
La mia pallida Evangelina, appena mi vide, mi sorrise dal suo letto, e allungò una mano verso di me; corsi a lei, la baciai sulla fronte, le mormorai sottovoce certe parole strane che intendevamo noi soli; ma nel fare tutto ciò mandavo in giro per la camera uno sguardo indagatore, e tenevo d'occhio mio suocero, un po' per gelosia che egli si impadronisse della mia creaturina prima di me, più per timore che, nel suo entusiasmo di nonno, ne facesse scempio con un bacio enorme o con una carezza smisurata. Io sì, mi sentiva la vocazione, e mi sentiva l'arte di portare in braccio mio figlio!
Ma dov'era mio figlio?
Il nonno impaziente si era accostato in punta di piedi alla culla nuova e tirava su con mille precauzioni un lembo della cortina di mussola. Evangelina lo stava a guardare, sorridendo con malizia: aveva lo stesso sorriso di complicità il medico, lo aveva più ancora la signora Geltrude.
— Dov'è? — chiesi sottovoce.
Evangelina volse verso di me gli occhi pieni d'amore, e sollevando un tantino le lenzuola, mi mostrò al suo fianco un corpicino minuscolo stretto in una fascia candida, con una faccetta rossa nascosta fra i merletti di una cuffia troppo larga.
Lo riconoscevo: era lui, mio figlio!