Appena sentì penetrare sotto le lenzuola l'aria più fredda della camera, egli aprì gli occhi. Lo chiamai per nome «Augusto!» e mi guardò senza stupore: fatto audace, allungai la mano e sentii sotto un mio dito una guancia morbida e vellutata. Mio figlio fu bonino; prese la carezza senza cacciare uno strillo, ed io ne argomentai subito che dovesse avere un'indole paziente e rassegnata.

Non mi saziavo di guardarlo: era tanto bello! Quando finalmente sollevai il capo, facendo ricadere a malincuore il lenzuolo sotto cui mio figlio spariva come se non esistesse, vidi in faccia a me, all'altra sponda del letto, mio nonno, tutt'occhi e bocca per guardare e per ridere alla muta.

— Lo hai contemplato abbastanza? — mi disse. — Ora dàllo qua, che me lo goda anch'io.

E siccome non gli davo retta e facevo il giro del letto per andargli a dire che il nostro Augusto si trovava bene al caldo e che era meglio lasciarvelo, egli allungò le braccia, e con un garbo da far piangere i sassi, ghermì la mia creaturina e se la prese in braccio. Quando gli fui accanto, egli aveva già la sua preda ed andava su e giù per la camera, niente affatto disposto a cederla. Prima lo guardai con un po' di terrore, poi gli andai dietro come un mendicante; da ultimo, vedendo che mio figlio lasciava fare senza piangere, mi arrestai presso ad Evangelina, presi una sua mano nelle mie e sorrisi io pure con lei, col medico e con la signora Geltrude.

La cosa andò bene finchè mio suocero si accontentò di guardare il nipotino, di chiamarlo «gioia, amore» e simili, di sorridergli, di dondolarlo lievemente nelle braccia, di lisciargli le guancie con la punta delle dita; ma quando, vinto dal fascino di quegli occhietti che lo guardavano sbigottiti, sedotto da un sorriso che egli pretendeva di vedere sui labbruzzi rosei, volle dargli un bacio, allora mio figlio gli fece intendere con uno strillo che smettesse, perchè non gli piacevano i baci della gente baffuta. Accorsi subito a proteggerlo, temendo che mio suocero tornasse da capo, ma il povero uomo era contrito e non sapeva che fare per indurre il piccolo disgustato a tacere.

— Dàllo a me — gli dissi solennemente.

E non glielo dissi, ma gli feci intendere che col babbo sarebbe subito stato zitto.

— Dàllo a me — insistei.

Mi guardò in aria di canzonatura e me lo diede.

Fu il caso o una specie di miracolo? Io non vorrei vantarmi, ma mio figlio tacque di repente, apri gli occhietti e me li fissò in faccia estatico.