Intanto, era venuto per due giorni soli, ne erano passati tre, e non si moveva: lo aspettavano mille faccende, ed egli non sapeva staccarsi dal nipotino.
Finalmente il medico dichiarò che tutto andava benissimo, che Augusto stava a meraviglia, che la puerpera era fuor di pericolo; suggerì una regola severa e non tornò più.
La signora Geltrude venne alcuni giorni ancora, tanto per dar lezioni a Evangelina, la quale faceva prodigi d'intelligenza e di buona volontà, e si veniva formando sotto gli occhi nostri una mammina perfetta.
Da ultimo se ne andò anche la buona signora. Solo mio suocero non se ne andava; aveva messo radici. Pensava spesso alle proprie faccende e diceva: «Chi sa come andranno le cose? Senza di me, qualche diavoleria capiterà di sicuro! Partirò domani; non mi state più a dire di fermarmi perchè sarà inutile!».
Ma il domani noi tornavamo all'assalto, imperterriti entrambi: «Rimani oggi ancora, oggi solo». E il pover'uomo rimaneva quel giorno, e non se ne andava l'altro.
La mattina del venerdì, che aveva proprio fermato di lasciarci, si svegliò di umore bisbetico. Era da compatire, gli capitavano tutte quella mattina.
Pensate. La valigia si trovò, non si sa come, divenuta stretta; i pochi panni che da Monza a Milano avevano viaggiato comodamente, non dovevano avere la stessa fortuna da Milano a Monza. Quando mio suocero, perdendo la pazienza, provava in fretta e furia a stendere sotto quel che aveva steso sopra, poi, per la ventesima volta, chiudeva il coperchio della valigia e ci si metteva su in ginocchio, alzando le mani al cielo, avrebbe impietosito i sassi; ma la valigia era inesorabile. Mancavano sempre due buone dita a poterla chiudere.
— È una stregheria — diceva allora fra i denti — una perfidia; tutta questa robaccia è pur venuta da Monza, o perchè ora non vuol tornare a casa?
Evangelina, che intanto s'era levata da letto, venne sorridendo ad assistere alla scenetta; portava in braccio il piccino, e mi si mise al fianco senza far rumore.
— Torniamo da capo — soggiungeva mio suocero con la calma della disperazione. — Proviamo a lasciar queste camicie della disgrazia per ultime; a riempire i vani faremo servire queste calze del demonio... Angiolo bello... gioia, amore, tesoruccio mio!