Ci fu persino un professore di aritmetica, il quale, abusando della sua professione e della sua scienza, fece un calcolo ardito dinanzi alla mia Evangelina, e sostenne che, siccome noi ci eravamo sposati in luglio, lui doveva venire in marzo, con le prime viole. Naturalmente tutti costoro non dicevano mai chiaro di chi parlassero; ma non era difficile intendere che si trattava di mio figlio.

Poi venne il quesito del sesso, e qui la disparità dei pronostici fu inconciliabile. Per mio suocero non correva dubbio, era un maschio (un ingegnere), ma la vecchia zia Simplicia, la quale si offriva di tenere la nostra creatura al fonte battesimale, diceva che doveva essere una femmina, e lasciava intendere in mille modi, senza dirlo, che il meglio che la nascitura Semplicetta potesse fare sarebbe di copiare col tempo le grazie semplici della madrina. Per accontentarli tutti, io rispondeva invariabilmente che mio figlio era neutro. E lo diceva ridendo, senza farmi un'idea della tortura inflitta a tutti i padri in erba di dover adorare per molti mesi un figliuolo senza sesso. Ma quando m'immaginavo di averli indotti in buon'ora a lasciare in pace la mia poveretta, non mancava mai un pensatore più arguto di me, il quale suggeriva serio serio a mia moglie il modo migliore di accontentare il babbo e la madrina: — Faccia il paio — diceva lui — posto che ci si è messa.

Ma no, benedett'uomo, che non ci si era messa! A quattr'occhi avremmo riso dell'inganno di quella buona gente, se non ci fossimo fatto uno scrupolo. Ci parve d'essere in obbligo di aspettarla, la povera creaturina, che ad ogni costo doveva venire con le viole; di parlarne qualche volta come se vi credessimo, tanto per non aver l'aria di respingerla dall'amplesso di babbo e di mamma.

L'aritmetica del professore cominciò a servire anche a noi, ma senza ansie nè sgomenti. Si diceva: — Le viole verranno prima di lui — e si era già rassegnati a vederlo venire co' mughetti e con le ciliege.

E ogni mese che passava, mentre leggevamo lo sconforto sulla faccia di mio suocero, la zia Simplicia, i parenti, gli amici e le amiche, con tutte le gradazioni della pietà e della misericordia, ci facevano intendere che eravamo due buoni a nulla.

Ci puntigliammo e fu inutile: vennero le viole, vennero i mughetti, non recando altro che il loro profumo; e vennero le ciliege, ma ahimè!... sole.

Questo figliuolo, che non si decideva a nascere, turbava già la nostra pace; io vedeva bene che sotto il riso allegro di mia moglie si celava un'ansia segreta, e tante volte non mi riusciva di cancellare coi baci le nuvole della sua fronte.

Spesso la sorprendevo seduta in un canto, curva sul cucito, ma senza mettere un punto, con gli occhi fissi a terra; me le accostavo pian pianino, la baciavo sul collo, ella dava un tremito, poi mi diceva: — Cattivo! — perchè le avevo fatto paura, e in ultimo mi mostrava la faccia sorridente; ma checchè ella facesse e dicesse, io indovinava una lagrima nei suoi occhi buoni, e in quel suo sorriso dolce, vedevo ancora un pensiero fuggitivo e mesto. Quale?

Me lo disse un giorno: tremava, la poverina, di non bastare alla mia felicità; era vergognosa e sgomenta di non sapermi regalare un bamboletto color di rosa. E per quanto io le dicessi che non me ne importava, che non sapevo che farmene, ella, guardandomi negli occhi e sospirando, soggiungeva:

— Lo vedi bene; il matrimonio non è quello che pensavamo noi, e quando ti sarai persuaso che il nostro poteva metter meglio...