— Presto?
— A volte nello stesso giorno.
Gli occhi d'Evangelina ringraziavano me, invocavano il cielo.
— Ed ecco come avresti dovuto fare — soggiunsi ridendo per farle cuore. — Dove diamine aveva cacciato il poppatoio tuo padre?... Ah! eccolo!... Manderemo a prendere del latte fresco, lo dilungheremo con l'acqua tiepida, condiremo la miscela di zucchero di prima qualità e faremo intendere ad Augusto che oggi la sua prima nutrice lo invita a desinare, e che babbo e mamma gli dànno il permesso.
Evangelina si provò a ridere del mio sussiego, ma il suo riso nascondeva male tutta l'ansia materna.
— Farò io — mi disse poi, e mi voleva pigliare di mano il poppatoio e il bimbo.
— Signora no — risposi — è un diritto acquisito...
Per un po' la faccenda andò benino; Augusto, sentendosi qualche cosa fra le labbra, cessò di piangere, diè una succhiatina piena di avidità, sentì il liquor saporito e tirò innanzi; già io mi voltava verso la povera madre che mi stava a guardare con le lagrime agli occhi, per dirle: «Vedi, ora metti il cuore in pace e lascia fare a me»; ma Augusto diè il primo segno di scontentezza, scostò la testina dal poppatoio, e la scosse gemendo, poi, riafferrando il mio arnese, tacque per succhiare da capo, poi cessò e pianse un'altra volta, e così di seguito; da ultimo non ne volle più sapere, e lasciò il pasto cacciando uno strillo.
Tutte le ansie crudeli riassalsero la povera madre; la quale pigliò la creaturina in braccio, e la portò su e giù per la stanza dondolandola e mormorandole fra i baci cento parole amorose.
— È naturale! — dicevo io andandole dietro — è naturale che faccia lo scontento dopo una scorpacciata, non sarebbe un uomo mortale se non facesse così... vedi quanto latte è rimasto in fondo al bicchiere...