— Come si chiama il vostro uomo? — domandai.

Questa volta, dalla rapida lotta impegnata col suo avversario invisibile, il balio uscì vincitore; aveva capito che non era bello lasciar rispondere la sposa anche in una domanda così ad hominem.

— Giuseppe! — disse, e si fece tutto rosso in viso; poi rinfrancato dal suono della propria voce, ripetè: — Mi chiamo Giuseppe — ed aggiunse animosamente: — per servirla.

Proprio vero che un eroismo ne tira un altro, e che anche nelle imprese più difficili tutto sta ad incominciare.

Marianna rideva come se avesse udita un'arguzia piena di sale: ridemmo anche noi, e allora Giuseppe si asciugò la fronte sudata col rovescio della manica e ci fece vedere che anche lui aveva i denti bianchi come neve; ma fingeva solo di ridere, non rideva, non ne era capace in momenti simili.

— Vado — disse, dopo essersi provato invano ad andare senza dirlo; ma quando l'ebbe detto, pur troppo bisognava andare; ed era difficile: fare l'inchino, voltarsi, infilar l'uscio, e rinchiuderselo alle spalle. Dio! quanto è mai penosa la vita in casa dei signori! Non sapendo probabilmente risolversi a tanta mimica, il poveraccio ne faceva un'altra: guardava di qua e di là, per avere il pretesto di interrogare sua moglie con un'occhiata fuggitiva.

— Vado — ripetè, senz'altro frutto che peggiorare la sua condizione, perchè ancora non si moveva.

Allora Marianna si staccò dal seno il nostro Augusto, lo depose con garbo nel letto accanto alla mamma, e venne a piantarsi in faccia al marito e a dirgli ridendo:

— Va, che cosa aspetti?

— Vado — disse Giuseppe per la terza volta, e se ne andò davvero, a ritroso, inchinandosi senza perderci d'occhio, finchè ebbe urtato col piede nell'uscio. Allora si voltò rapidamente, si cacciò in testa il cappello e sparve.