Gli dicevo d'essere buono, di non piangere, di star sano, e anche di voler bene alla Marianna ed a Giuseppe, ma di non dimenticare il babbo e la mamma!

Ad ogni rumore di ruote sulla via, sentivo che mi si mozzava il respiro, cercavo Evangelina con gli occhi, e la vedevo immobile, intenta, senza fiato anch'essa.

Giuseppe ritardava. Il poveraccio venne quando meno ce l'aspettavamo, senza farsi precedere da alcun rumore; egli confessò veramente a sua moglie di aver tirato il cordone del campanello, ma così poco, che non aveva sonato neppure. Gli era mancato il coraggio di tornare da capo e se n'era rimasto sul pianerottolo aspettando la provvidenza, la quale ebbe misericordia di lui mezz'ora dopo e lo fece entrare quando uscì la fantesca per attingere acqua.

E la carriola? Forse che aveva una ruota spezzata? O il cavallo balzano era incomodato? Io lo sperai un istante. Ahimè! Non era capitata nessuna disgrazia; il cavallo stava benissimo e la carriola era tutta intera a nostra disposizione; solamente per non disturbare il nostro portinaio, costringendolo a spalancare il portone, Giuseppe aveva lasciato il cavallo e la carriola da un oste fuori di porta.

Queste cose non le disse propriamente col linguaggio volgare dell'umana razza, ma fece tanto che le lasciò intendere.

Era giunta l'ora: bisognava proprio andare; il nostro orologio a pendolo sembrava avere gran fretta di vedere partito nostro figlio...

Evangelina prese in braccio Augusto, gli assestò la cuffia e i merletti del camicino perchè facesse la sua brava figura in mezzo alla gente, lo baciò una volta e due, ripetè cento raccomandazioni a Marianna, e ribaciò suo figlio dieci volte.

In quel momento pareva proprio un'eroina.

— Vedranno che starà benissimo — veniva ripetendo Marianna.

— Oh! sì! sì! — aggiunse Giuseppe ingrossando la voce — starà benissimo.