— Lascia che aspetti — risposi allegramente — l'ho aspettato tanto anch'io. Mi vendico.
Ma in così dire fui colto da una strana paura, cioè che il mio primo cliente, abbandonato a sè stesso, si pentisse e pigliasse l'uscio alla chetichella. Non ero nemmeno ben sicuro che fosse una persona vera, sebbene grassa e tonda; poteva essere una visione, un'ombra che fingesse la mole carnosa d'una parte contendente. Mi uscirono dal cuore tutti i sentimenti di vendetta; mi mossi, attraversai il salotto con quattro passi affrettati, ed entrai nello studio senza nemmeno mettermi indosso un cencio di sussiego dottorale.
Il mio cliente non era dileguato, e mentre mi adattavo sulla faccia una gravità non mai veduta, sorridevo e ridevo dentro di me della sciocca paura che mi era passata per la testa.
— Prego... si acco... modi — dissi, e lo dissi con tanta solennità, mettendo un intervallo così lungo tra una sillaba e l'altra, che la mia prima vittima potè magari credere un momento che io la volessi pregare di accopparsi per risparmiarne a me la noia.
— È per un muro divisorio — cominciò a dire quell'uomo prezioso; io lo interruppi chiedendogli scusa e pregandolo di dirmi prima il suo nome e cognome, la patria, la professione.
— Venanzio Solera da Cuggiono, possidente.
Scrissi quel nome e quel domicilio sul primo foglietto capitato, come se vi fosse pericolo di dimenticarmene, poi feci un sorriso che significava: — noi avvocati abbiamo una tale confusione di nomi per la testa!... — E il signor Venanzio Solera ne cominciò un altro, che probabilmente voleva dire: — Già loro avvocati... — Io lo interruppi rifacendomi serio:
— Dunque si tratta d'un muro divisorio?
— Sissignore, d'un muro divisorio.
E man mano, prima con la gravità suggeritagli dal mio sussiego, poi con la vivacità della sua indole litigiosa, che si veniva accalorando al pensiero delle torture morali patite da un anno, Venanzio Solera mi espose l'iliade di certi infissi che voleva far togliere da un muro.