Il mio cliente aveva tutte le ragioni di esercitare un diritto sacrosanto che gli era stato assicurato dalla prudenza di suo nonno buon'anima; aveva in suo favore un atto notarile, il codice, la giurisprudenza; solo aveva contrario il signor Luigi Magni del fu Pietro, e gli infissi rimanevano nel muro.

— Mi fanno male — diceva candidamente il signor Venanzio, e si toccava il petto come se li avesse cacciati attraverso il corpo.

Ma io non lo potevo compiangere; lo ammiravo nè più nè meno; il suo male mi pareva uno di quei fenomeni meravigliosi che si manifestano in terra per incominciare la clientela di un avvocato novellino; quel muro coi suoi infissi io me lo vedeva dinanzi alto e solenne come un baluardo.

— Dietro quel muro è il tuo avvenire — dicevo mentalmente a me stesso; — dietro quel muro è la tua clientela numerosa; dietro quel muro sono i trionfi forensi, gli agi di Evangelina e di tuo figlio.

E a questi pensieri sentivo dentro un rimescolìo strano, in cui si perdeva il mio sussiego posticcio, e insieme col lampo oratorio che mi balenava negli occhi appariva il sorriso bonario del padre di famiglia contento. Non dicevo nulla a parole, ma dovevo avere un poema scritto sulla faccia, perchè il mio cliente, che da un po' parlava a spizzico e senza staccarmi gli occhi di dosso, a un tratto ammutolì e sorrise.

— Dica, dica — balbettai, cercando di richiamare la mia gravità fuggitiva.

— Le ho domandato se voleva trattare la mia causa, ed ha fatto di no col capo.

— Scusi — diss'io — ero distratto; noi andremo in tribunale e vinceremo la lite.

— Sarà una cosa lunga?

Mentii.