— Sarà una cosa spiccia; abbiamo tutto in nostro favore; lei mi faccia la procura ad lites, penso io al resto.

E senza dargli tempo a riflettere, mi tirai dinanzi un foglio di grossa carta, su cui scrissi in rondo: Solera contro Magni, poi sollevai il capo e dissi:

— È fatto.

Lo dissi con una cert'aria di trionfo che mi doveva parere stranissima più tardi, pensandoci, ma che in quel punto mi veniva fuori così naturale da indurre in errore il mio cliente, il quale si credette in obbligo di curvarsi per ammirare da vicino il mio rondo e lasciarmi intendere che approvava pienamente la mia maniera energica di spingere innanzi le cose.

Ebbi paura che mi canzonasse, e senza guardarlo in faccia lo pregai di dirmi che cosa avesse fatto dal canto suo per evitare la lite.

Evitare la lite! Sì, io ebbi il disperato coraggio di pronunziare queste parole, e quando le ebbi sillabate interamente senza trattenerne neppure un briciolo coi denti, alzai gli occhi. Ero rassegnato a contemplare un orrore: Venanzio Solera che si pentiva di aver voluto trascinare in tribunale Luigi Magni del fu Pietro, e che ringraziandomi infinitamente d'avergli fatto venire un buon pensiero, si rizzava in piedi, mi stringeva la mano, infilava l'uscio... spariva!

Invece no; il mio cliente non si moveva; gli era passata da un pezzo la voglia di pigliar con le buone quell'orso male allevato; era venuto perchè era tempo di farla finita, e non se ne voleva andare senza lasciarmi nelle mani il suo litigio.

— Dio ti benedica! — volli esclamare in un impeto di contentezza. Invece domandai con sussiego: — Che uomo è?

Intese subito che parlavo della parte avversaria, e rispose semplicemente: — Un orso!...

Ma mentre egli me lo metteva innanzi tinto dei più neri colori, io lo guardava con gratitudine, quasi con amore.