Vedevo in Luigi Magni del fu Pietro il cardine, il fondamento della mia clientela, il capo stipite d'una razza di gente litigiosa disposta ad andare fino in cassazione contro di me prima, poi contro mio figlio, e mi pareva che avrei voluto averlo dinanzi per ringraziarlo, stringergli la mano, chiedergli la sua fotografia, poi farlo condannare nelle spese e nei danni.
Un'altra via si apriva al mio pensiero. — Come mai — dicevo mentalmente guardando in faccia Venanzio Solera — come mai è venuta in capo a questo brav'uomo l'idea di farsi rappresentare in tribunale da me?
Pensavo a mio suocero che dal giorno del matrimonio di sua figlia non aveva fatto se non consigliare inutilmente le liti più spropositate ai suoi amici e conoscenti di Monza, e che invano era diventato egli stesso intrattabile nei negozi, dacchè aveva un genero avvocato. Ma non era stato lui a mandarmi il mio cliente, perchè, avendo interrogato abilmente il signor Venanzio, egli mi fece intendere che non si occupava nè di seta, nè di bozzoli, nè di bachi, e che a Monza non era stato mai.
Non mi sarebbe spiaciuto andar debitore della clientela a mio suocero; pure quando ebbi dal signor Venanzio l'assicurazione del contrario, provai un senso di piacere affatto nuovo ed inesplicabile, pensando che la mia fama era volata fino a Cuggiono. E come aveva fatto a volare, se non mi ero accorto che le fossero spuntate le ali?
Dolce mistero! Nè mi affannai a volerlo svelato; in sostanza, è sempre meglio per l'amor proprio di un avvocato che l'origine della sua clientela si perda in un'incertezza deliziosa.
Venanzio Solera fu docilissimo; ascoltò tutti i miei consigli, promise di fare quello che io gli raccomandai, e siccome era letterato, sottoscrisse la procura, tirando un po' in lungo questa delicata operazione, ma in sostanza con onore; e in fine, senza che io gli dicessi nulla, da uomo ben informato, fece il deposito per le prime spese processuali.
A tutti questi miracoli io assisteva senza stupore, perchè già mi ero avvezzato alla mia fortuna.
— Basteranno? — mi chiese il mio cliente miracoloso, accennando il mucchietto di biglietti di banca che aveva deposto sulla scrivania.
Compresi, e senza dir parola contai la somma e feci la ricevuta. Allora il signor Venanzio ebbe paura di aver ferito la mia dignità e ripetè con diverso accento: — Basteranno?
Feci un gesto sibillino, e il mio cliente dovette accontentarsene. La seduta era finita e ci avviammo.