— Bisognerà pure che paghi lui in ultimo — diss'egli allegramente.
— Non dubiti — risposi con un sorriso.
E come se avessi detta un'arguzia saporita, Venanzio Solera si arrestò in anticamera, mi prese le mani, me le strinse, e rise forte.
Indovinai che era uno di quegli uomini i quali arrivano tardi nelle ciancie, e che incominciano soltanto quando si può ragionevolmente credere che il discorso sia finito. Gli leggevo in faccia il desiderio di trattenermi una buona mezz'ora sull'uscio a ripetermi la storiella del muro. Il suo ideale sarebbe stato di poter discutere la lite fra di noi, e condannare Luigi Magni in contumacia; invece io non vedeva l'ora che il mio cliente se ne fosse andato per ridiventare fanciullo con la mia Evangelina, che, proprio come se la vedessi, era già lì, dinanzi alla mia scrivania, piena di felicità e d'impazienza.
— E glieli faremo staccare! — insistè il signor Venanzio.
Parlava degli infissi, ed io lo feci ridere chiassosamente un'altra volta, dicendo:
— Bisognerà pure che li stacchi!
— Dovesse anche staccarli con le sue proprie mani — aggiunse il mio cliente.
E mi guardò in faccia aspettando un'altra arguzia. Ebbi uno scrupolo di coscienza e lo accontentai.
— Dovesse anche staccarli coi denti!