La felicità del signor Venanzio non si descrive; basti dir questo che egli ebbe paura della soverchia gioia, ed aprì l'uscio per darsi alla fuga. Sperava certo che io lo trattenessi, perchè lo vidi farsi serio come per tirarsi in mente qualche cosa, in realtà perchè cercava un pretesto di chiudere un'altra volta l'uscio e ripigliare la posizione di prima. Ma io avevo spinto prudentemente un piede nel vano aperto, rasente allo stipite, e non lo ritrassi. Venanzio Solera dopo essersi provato a dondolare un paio di volte la porta senza che gli potesse tornare in mente la cosa importantissima che ancora mi voleva dire, diede un'occhiata disperata al mio piede, si battè la fronte per punirla della sua smemorataggine, e se n'andò a malincuore, promettendo di tornar presto.

— Non dimentichi di mandarmi tutte le carte — gli dissi, quando ebbe sceso un paio di gradini.

Si arrestò di botto e si volse; col sorriso rassegnato diceva: «Sono quaggiù misero e sconsolato, non posso far altro che sorridere prima di andarmene».

Egli continuò a scendere, ed io tornai nel mio scrittoio, dove Evangelina, che aveva preso il mucchietto di banconote e le stava contando, appena mi vide mi buttò le braccia al collo, e scrollandomi tutto mi fece perdere in un attimo l'ultimo avanzo del mio sussiego dottorale.

***

— Ed ora, coraggio e avanti! — esclamò mia moglie — il primo cliente ce l'hai.

— Ce l'abbiamo, devi dire; il signor Venanzio Solera è patrimonio comune, è mio, è tuo, è di nostro figlio; la sua lite è entrata in casa per non uscirne mai più.

— Per non uscirne mai più? — balbettò Evangelina guardandomi negli occhi con una specie di terrore ingenuo — dunque quel povero uomo litigherà sempre?

— Sì — asseverai con enfasi — Venanzio Solera litigherà sempre con Luigi Magni del fu Pietro.

Spiegai subito l'allegoria ardita: